Chi sono

Ritratto di Fabio Pinna

Fabio Pinna

Milano
Italia

Gáldar
Gran Canaria

  • Art Director
  • Graphic designer multimediale

Cosa faccio

Lavoro su identità visive, campagne e progetti multimediali per agenzie, brand e aziende.

Entro nei progetti dal concept e dalla direzione artistica fino alla produzione, definendo linguaggio visivo, applicazioni e output: grafica, immagini, video, motion e produzioni con AI generativa, attraverso modelli proprietari e open source.

Posso seguire l’intero progetto o una fase specifica, in autonomia o insieme a team creativi, marketing e produzione.

Bio

La mia formazione nasce a Milano, prima negli studi professionali di grafica pubblicitaria e multimediale presso i Salesiani, poi allo IED, dove mi sono specializzato in Web Design e Digital Design. Da lì ho costruito il mio percorso all’interno della comunicazione visiva, lavorando progressivamente tra grafica, digital, immagine, motion e direzione artistica.

Il graphic design è rimasto il punto di partenza del mio modo di progettare: organizzare contenuti, stabilire gerarchie, lavorare sulla tipografia, sulla composizione e sul rapporto tra forma e funzione. Nel tempo ho sviluppato un approccio basato sulla ricerca, sulla sintesi e sulla costruzione di sistemi visivi coerenti, cercando di comprendere il problema progettuale prima di definirne la forma.

Accanto a questa formazione più progettuale, una parte importante della mia ricerca visiva viene dalla strada. La street photography mi ha insegnato a osservare rapporti, contrasti, sovrapposizioni, ritmo e composizioni che esistono prima ancora di essere progettate. Street art, lettering, poster, segnaletica e cultura urbana hanno invece alimentato il mio interesse per la tipografia fuori scala, l’uso diretto del colore, l’imperfezione e la contaminazione tra linguaggi differenti.

Questi due aspetti convivono ancora nel mio lavoro: da una parte la necessità di costruire sistemi leggibili e coerenti, dall’altra l’interesse per immagini meno controllate, interferenze, errori e soluzioni che possono emergere durante il processo. Cerco di non applicare uno stile prestabilito, ma di definire ogni volta un linguaggio visivo in relazione al contenuto, al mezzo e al contesto.

Il mio percorso professionale è iniziato lavorando all’interno di realtà strutturate della comunicazione, tra cui Serviceplan Italia, dove ho avuto modo di confrontarmi con campagne e progetti per brand come Auchan, Burger King, Humana, Kimbo, Intersport ed EasyCoop. È stata un’esperienza importante per comprendere il lavoro su sistemi di marca complessi, la relazione tra concept e declinazioni, i processi di produzione e il confronto quotidiano con team creativi, account e clienti.

Successivamente, come libero professionista, ho lavorato anche nell’industria musicale, continuando a occuparmi di Art Direction e produzione visiva. Ho seguito l’identità e la direzione artistica di progetti legati alla scena rap italiana, lavorando sia con artisti emergenti sia su produzioni di scala più ampia, anche in contesti collegati a realtà discografiche come Sony Music, Epic Records e Columbia Records. In questo ambito il lavoro si è esteso dalla costruzione dell’immaginario dell’artista agli artwork, ai contenuti promozionali, al motion e alle declinazioni visive legate alle diverse fasi di uscita di un progetto musicale.

Oggi lavoro da remoto come freelance, principalmente come Art Director e graphic designer multimediale, collaborando con aziende, agenzie e brand. Seguo i progetti dalla ricerca e dall’ideazione fino alla produzione di visual, identità, campagne e contenuti per digital e social, lavorando tra graphic design, fotografia, motion, video e strumenti generativi. L’AI entra nel processo come uno degli strumenti di produzione e sperimentazione disponibili, mentre direzione, selezione e controllo del risultato rimangono parte del lavoro progettuale.

Manifesto

La pubblicità entra nella vita delle persone anche quando quelle persone non stanno cercando qualcosa da comprare. Il suo pubblico è più vasto della sua clientela e il suo effetto può durare più della campagna che lo ha prodotto. Le immagini diventano parte di una cultura condivisa, offrono riferimenti che altri faranno propri e trasformeranno. La pubblicità è un mezzo di cultura popolare anche per questa capacità di alimentare ciò che viene dopo. Chi dispone degli spazi e dei mezzi per diffonderla contribuisce a decidere che cosa diventerà familiare.

Accade anche quando produce banalità. Ripetere una rappresentazione significa consolidare un modo di vedere, fino a farlo sembrare l’unico possibile. La diffusione attribuisce un peso anche ai messaggi più poveri. Avere l’attenzione di molte persone comporta quindi una responsabilità culturale: scegliere che cosa merita di essere portato davanti ai loro occhi e chiedersi che cosa resterà di quell’incontro.

Nella città questa responsabilità riguarda lo spazio condiviso. Un’affissione viene acquistata come superficie commerciale, ma viene incontrata come parte di una strada. La sua qualità riguarda anche chi non ha alcun interesse per il prodotto. Una campagna può arricchire un luogo e rendere più interessante l’esperienza di attraversarlo, purché quel luogo entri nel progetto fin dall’inizio. La forma deve misurarsi con l’ambiente, anche quando sceglie di introdurvi una rottura. L’attenzione richiesta a chi passa deve trovare una ragione in ciò che gli viene offerto. Comprare uno spazio non basta a meritare uno sguardo.

Contestualizzazione è una parola che merita tempo. Impone di allargare lo sguardo: il significato di un’immagine dipende anche dalle relazioni che intrattiene con il mondo in cui appare.

Una fotografia d’archivio inserita in una campagna viene chiamata a svolgere un compito nuovo. Conserva la testimonianza di un momento, ma ora sostiene anche un discorso nel presente. Il testo che l’accompagna può attribuirle una lettura che originariamente non aveva. Cambia il rapporto con chi guarda e cambia la responsabilità di chi la usa. Anche la forma deve rispondere a questo passaggio: il modo di presentare la fotografia può conservarne la distanza storica oppure farla percepire come attuale.

Contestualizzare permette dunque di trasformare insieme l’intenzione e la forma. Il contesto partecipa alla costruzione dell’idea e può far emergere possibilità che il materiale di partenza, considerato da solo, non mostrava. Per riconoscerle occorre comprendere ciò che si sta usando. Un riferimento diventa fertile quando se ne colgono le ragioni, oltre all’aspetto. Altrimenti la ricerca rischia di ridursi alla scelta di qualcosa a cui assomigliare.

La strada offre un terreno concreto per questo lavoro. La sua cultura visiva nasce anche da necessità immediate e da interventi che nessuno ha coordinato. Osservarla significa riconoscere un’intelligenza progettuale anche fuori dai luoghi in cui viene abitualmente cercata. Richiede attenzione all’uso e alla capacità delle forme di acquistare significati imprevisti. La sensibilità si costruisce anche così: imparando a vedere valore prima che qualcuno lo abbia già dichiarato.

Questa attenzione riguarda soprattutto le persone. Una descrizione del pubblico può orientare il lavoro, ma non sostituisce la comprensione di un’esperienza. L’empatia richiede di verificare ciò che si dà per scontato e di riconoscere che il proprio modo di leggere un’immagine non è universale. Da questo confronto può nascere una comunicazione capace di affrontare la vita reale senza ridurla a una rappresentazione comoda. Nelle scelte emerge anche ciò che siamo: il nostro sguardo prende posizione attraverso ciò a cui decide di dare importanza.

Le convinzioni condivise meritano lo stesso esame delle intuizioni personali. Una scelta ripetuta a lungo può sembrare necessaria anche quando ha smesso di rispondere al problema che l’aveva prodotta. Ricerche e dati servono a riconoscere questa distanza. Diventano un alibi quando vengono usati per evitare una decisione o per dare autorità a una conclusione già stabilita. Conoscere ciò che è stato accettato non obbliga a continuare a ripeterlo.

Il progetto deve poter proporre qualcosa che ancora non conosciamo e costruire le condizioni per comprenderlo. Questo richiede una presa di posizione, ma anche la disponibilità a verificarla. Il dissenso non dimostra da solo la qualità di una proposta. La provocazione diventa sostanziale quando porta alla luce una questione che resta aperta dopo la prima reazione. Se esaurisce tutto nella sorpresa, anche la provocazione finisce per essere una formula.

Il graphic design dà struttura a queste intenzioni. La gerarchia orienta l’attenzione e la composizione rende leggibili i rapporti fra i contenuti. Il rigore permette alle scelte di sostenersi a vicenda, anche quando il progetto cambia forma. Una struttura coerente deve poter accogliere differenze senza annullarle. Quando il rispetto di una griglia costringe a indebolire un contenuto, quella griglia va rimessa in discussione. Il metodo comprende la capacità di correggere le proprie regole. Anche lo stile deve trovare una ragione nel lavoro che è chiamato a svolgere.

Il rapporto fra immaginazione e tecnica richiede la stessa indipendenza di giudizio. Industria e artigianato descrivono modi di produrre; razionalità e fantasia riguardano il modo in cui vengono concepite le cose. Far coincidere queste due coppie significa attribuire al procedimento una qualità che non gli appartiene necessariamente. Il lavoro artigianale può essere l’unica possibilità concreta per realizzare un pensiero rigoroso. La produzione industriale può dare forma a un’invenzione fantastica. La manualità non garantisce sensibilità, così come l’automazione non garantisce razionalità.

Ogni mezzo introduce condizioni che occorre conoscere. A volte una tecnica suggerisce la forma; altre volte è il progetto a chiedere che il procedimento venga trasformato. Accettare soltanto ciò che uno strumento rende facile significa lasciare che le sue possibilità decidano anche le ambizioni del lavoro. La produzione serve a mettere alla prova questo limite. Realizzare un’idea ne rivela i problemi e può aprire una direzione che prima non era visibile. La ricerca continua nel fare.

L’intelligenza artificiale entra in questo rapporto fra intenzione e possibilità produttiva. Generare alternative può ampliare la ricerca, ma rende decisivi i criteri con cui vengono valutate. Un risultato convincente deve trovare una ragione dentro il progetto e reggere il confronto con ciò che lo circonda. La direzione creativa deve saper riconoscere quando quella relazione manca e intervenire sul processo, anche a costo di scartare un’immagine riuscita. Deve inoltre saper accogliere un risultato inatteso quando migliora l’idea iniziale. Il controllo riguarda la coerenza del lavoro, non l’obbligo di confermare ogni previsione.

La disponibilità di strumenti sempre più potenti rende ancora meno giustificabile l’assenza di una direzione. La responsabilità di ciò che viene pubblicato rimane a chi lo sceglie. Riguarda il modo in cui viene rappresentata la realtà e il contributo che il lavoro lascia alla cultura visiva da cui è nato.

Mettiamo in discussione le soluzioni diventate automatiche. Chiediamo a ogni progetto di sostenere le proprie ragioni fino all’incontro con le persone. Le immagini di oggi saranno il materiale con cui qualcun altro penserà domani. Progettare significa assumersi anche questa parte del lavoro.

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